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Geopolitica dell’energia

Uno sguardo alle forme di dipendenza energetica e a come potranno cambiare con la transizione ecologica.

Cos’è la geopolitica dell’energia

Cosa si intende con geopolitica dell’energia? Il termine geopolitica sta ad indicare “lo studio delle influenze che la collocazione geografica di un popolo, di una nazione, di uno stato ha sulla sua storia politica” [1]. Nel nostro caso si parla quindi del rapporto tra la storia politica degli stati, l’energia, o, meglio, le risorse energetiche e la loro distribuzione geografica. Siamo abituati a sentire parlare quotidianamente di risorse energetiche, che siano fossili, come carbone, petrolio e gas naturale, o rinnovabili, come solare, eolico o idroelettrico. L’elenco delle risorse energetiche non è tuttavia immutabile, ma in continua evoluzione, poiché dipende dalla capacità dell’uomo di convertire l’energia da una forma ad un’altra e di usarla per fini utili allo sviluppo della società. Il petrolio, ad esempio, era già conosciuto ai tempi dei greci, ma era usato in medicina e nell’agricoltura, non a fini energetici. È solo intorno al 1850 che si scopre che il kerosene, utilizzato all’epoca per l’illuminazione, può essere prodotto dal petrolio, inaugurando l’epoca del “rock oil” come fonte di energia [2]. Le fonti di energia sono quindi il risultato dell’incrocio tra conoscenza teorica, capacità tecnica e la costruzione di una società attorno allo sfruttamento di determinate risorse.

Dipendenza energetica

Per la maggior parte della storia dell’uomo l’energia è stata consumata nelle immediate vicinanze di dove veniva prodotta. Oggi non è più così: l’Italia importa oltre il 70% del totale dell’energia consumata dall’estero, principalmente sotto forma di prodotti petroliferi e gas naturale, ma in misura minore anche direttamente come elettricità [3]. Questa forte dipendenza dall’estero è comune a molti Paesi europei, prima fra tutti la Germania, e non, come Giappone e Corea del Sud, e ad oggi dipende principalmente dalla distribuzione globale delle risorse di combustibili fossili. Tuttavia, sebbene Paesi come quelli elencati rimangano i più esposti in termini di sicurezza energetica all’andamento dei mercati, esistono altre forme di dipendenza energetica, e nessun Paese nel mondo può essere considerato completamente energeticamente indipendente. Gli Stati che risultano esportatori netti di energia, cioè che esportano più energia di quanta non ne importino, possono comunque essere dipendenti dall’estero per uno o più combustibili di cui non producono risorse sufficienti. Come accennato in precedenza, a determinare se una risorsa energetica possa considerarsi tale, concorre l’effettiva capacità dell’uomo di sfruttarla. L’accesso alle tecnologie necessarie può quindi rappresentare un’altra forma di dipendenza, ad esempio nel caso di Paesi in via di sviluppo che non possiedono le tecnologie e il know-how necessario ad applicarle, che dipenderanno quindi dalle multinazionali dei Paesi economicamente più sviluppati per l’accesso alle proprie risorse. Un’altra forma di dipendenza, specifica del nucleare, riguarda la necessità di siglare accordi internazionali per l’ottenimento dell’uranio arricchito necessario per le centrali [2].

Le voci di questo breve elenco fanno tutte riferimento a una forma di dipendenza dal punto di vista delle importazioni. Si può parlare tuttavia anche di dipendenza dalle esportazioni, ad esempio per i Paesi del nord Africa, del Medioriente o per la Russia. In questo caso i rischi non riguardano, ovviamente, problemi di approvvigionamento, ma sono rischi di carattere economico. Il “male olandese” viene associato al surplus economico generato dall’esportazione di materie prime, che porta al rafforzamento della valuta del paese esportatore. La moneta forte indebolisce tutte le altre attività legate all’esportazione di beni e servizi. La chiusura di queste attività innesca un circolo vizioso che può portare il Paese ad essere sempre più dipendente dalle proprie esportazioni di energia [4].

Sebbene in modo differente, è evidente che sia i Paesi importatori che quelli esportatori possano sviluppare forme di dipendenza dagli altri, tanto che è più corretto parlare di interdipendenza energetica [2]. Il più chiaro e attuale esempio di interdipendenza è quello tra Europa e Russia. Da un lato abbiamo la dipendenza europea (Germania ed Italia su tutti) dal gas russo, dall’altro la dipendenza delle finanze russe dai flussi di denaro generati dalla vendita del gas. Come visto negli ultimi mesi, non è facile capire quale delle due dipendenze sia più sostenibile dai diversi Stati, poiché intervengono numerosissimi fattori contemporaneamente: le considerazioni da fare variano a seconda che si consideri il breve, medio o lungo termine e dipendono da fattori non completamente prevedibili, come la rigidità del prossimo inverno o la tenuta sociale nei Paesi interessati.

Come cambia la geopolitica dell’energia con le risorse rinnovabili

Con la diffusione delle risorse rinnovabili, in particolare solare ed eolico, si passa da una geopolitica dei combustibili ad una geopolitica delle risorse minerarie e dei materiali. Le risorse rinnovabili, pur con le dovute differenze, sono geograficamente distribuite in modo molto più uniforme rispetto ai combustibili fossili; lo stesso non vale tuttavia per i minerali necessari a realizzare i pannelli fotovoltaici o i componenti delle turbine eoliche. I minerali necessari sono molti: litio, grafite, cobalto, platino, indio, gallio e le cosiddette terre rare [2]. Alcuni dei Paesi di cui potremmo sentir parlare nei prossimi anni sono Cile e Argentina (per le riserve di litio), la Repubblica Democratica del Congo (cobalto) o Mongolia e Cina (terre rare).

Un altro cambiamento sostanziale riguarda la creazione di nuove dipendenze internazionali sui mercati dell’energia elettrica. Uno dei modi di bilanciare la variabilità delle fonti rinnovabili è di estendere la rete di trasmissione, così da ampliare la zona di copertura e ridurre la probabilità che i cali di produzione dovuti all’assenza di sole o di vento si verifichino su tutta la rete contemporaneamente. In nazioni più piccole questo significa aumentare la dipendenza dagli stati confinanti. Nel caso dell’Europa, una rete di trasmissione potenziata potrebbe collegare le ventose regioni del nord a quelle soleggiate del sud o del nord Africa, bilanciando tra loro zone la cui produzione è spesso complementare. Il rafforzamento tra est e ovest invece permetterebbe di sfruttare i diversi fusi orari.

Alcuni possibili scenari

Non è possibile stabilire oggi come questi elementi influenzeranno gli equilibri internazionali in futuro, né l’effetto che i nuovi equilibri avranno sulla transizione energetica, ma si possono provare a creare degli scenari che aiutino a visualizzare le possibili direzioni di sviluppo. È quello che ha provato a fare un pool di esperti nel corso di due workshop tenutisi a Berlino, nel 2018. I risultati, pubblicati su Nature, riassumono le considerazioni in quattro scenari principali [5].

Quattro scenari della geopolitica energetica
Rappresentazione grafica dei quattro possibili scenari. Fonte [5].
  • Big green deal

Piena cooperazione tra le nazioni e consenso rispetto alla necessità di agire contro il cambiamento climatico. I Paesi del G20 stanziano fondi per più di 100 miliardi di dollari annui, i mercati disinvestono dal settore Oil & Gas e riallocano i capitali in aziende green. Gli Stati esportatori vengono aiutati economicamente a compiere la transizione verso un’economia sostenibile.

  • Improvviso avanzamento tecnologico

Un (inaspettato) repentino avanzamento tecnologico modifica la traiettoria di sviluppo. Ad esempio, batterie a basso costo rendono solare ed eolico facilmente integrabili sulla rete elettrica. USA e Cina guidano la corsa allo sviluppo della tecnologia creando una sorta di guerra fredda delle tecnologie sostenibili, cercando il controllo dei materiali necessari. Mitigazione del cambiamento climatico, ma alcune nazioni potrebbero rimanere indietro. I Paesi produttori di combustibili fossili devono adattarsi rapidamente, alcuni non vi riescono e si creano tensioni in zone come Africa sub-sahariana, Medio Oriente e Asia centrale.

  • Sporchi nazionalismi

I populismi si affermano nelle maggiori democrazie e cresce il nazionalismo. Viene favorita l’autoproduzione, favorendo l’utilizzo di combustibili fossili più inquinanti (come carbone o shale-gas), ma anche delle rinnovabili. Aumento del protezionismo e frammentazione dei mercati energetici. I Paesi produttori cercano di esportare quanto più possibile, nonostante la diminuzione dei prezzi. Le istituzioni internazionali vengono marginalizzate e gli accordi sul cambiamento climatico disattesi. Aumento dei prezzi del cibo a causa di tariffe transfrontaliere e per gli effetti del cambiamento climatico, guerre per acqua e risorse condivise.

  • Tirare avanti

Si procede lungo l’attuale direzione di sviluppo. Si creano più gruppi di Paesi con scarsa cooperazione tra i gruppi. Aumenta la diffusione delle rinnovabili, ma i combustibili fossili rimangono dominanti. La transizione ecologica è troppa lenta per arginare il cambiamento climatico, ma troppo veloce perché il settore oil & gas possa adattarsi. Alcune compagnie petrolifere nazionali falliscono e si creano poche enormi multinazionali. Aumentano le disuguaglianze e falliscono gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Per quanto improbabili possano sembrare in alcuni passaggi, questi scenari sono utili a comprendere la dimensione geopolitica della transizione energetica, i rischi associati, e il ruolo attivo che le decisioni politiche prese oggi possono avere nel determinare le direzioni di sviluppo future.

Fonti di riferimento

[1] https://www.treccani.it/vocabolario/geopolitica/

[2] Högselius, Per. Energy and geopolitics. Routledge, 2018.

[3] https://ec.europa.eu/eurostat/cache/infographs/energy/bloc-2c.html

[4] https://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/basics/dutch.htm

[5] Bazilian, Morgan, et al. "Model and manage the changing geopolitics of energy." (2019): 29-31.

Pietro Lubello è laureato in Ingegneria energetica, sta conseguendo il dottorato presso l’Università degli Studi di Firenze. È stato Visiting Researcher all’Université de Liège, in Belgio. Si occupa dello sviluppo di modelli open-source per il supporto alla definizione di politiche energetiche. Profilo Twitter qui.

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07:56 • 09 ott 2022
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